
Accessibilità e città
La città accessibile è una città che funziona
Dallo spazio pubblico all'orientamento, fino ai servizi digitali: perché l'accessibilità urbana è una qualità del progetto e non un adempimento.
di Francesco Rodighiero5 minuti di lettura
Le città sono ancora progettate, in larga parte, per un utente medio che nella realtà non esiste: adulto, in piena forma, che conosce il luogo e si muove in auto.
La popolazione reale è un'altra. In Italia le persone con 65 anni e più sono il 25,1% dei residenti, quelle con 85 anni e più il 4,3% (Istat, Indicatori demografici, marzo 2026 (si apre in una nuova scheda)). A loro si aggiungono bambini, genitori con il passeggino, chi vive una limitazione temporanea, chi trasporta un carico, chi visita una città per la prima volta e non ne parla la lingua. È ciò che il Design for All chiama utenza ampliata: non una categoria da tutelare, ma la totalità delle persone che usano lo spazio.
Per questo l'accessibilità urbana non è un tema settoriale. È una misura della qualità con cui una città funziona.

Oltre la barriera architettonica
L'Italia dispone di un quadro normativo consolidato: dal DM 236/1989 al DPR 503/1996 per edifici, spazi e servizi pubblici, fino ai Piani per l'eliminazione delle barriere architettoniche, i PEBA, introdotti nel 1986 ed estesi agli spazi urbani dalla legge 104 del 1992. A livello europeo la norma UNI CEI EN 17210:2021 definisce i requisiti funzionali di accessibilità e usabilità dell'ambiente costruito.
Sono strumenti preziosi, ma nascono da una logica di rimozione dell'ostacolo: individuano ciò che impedisce l'accesso e prescrivono come eliminarlo. Il Design for All sposta il progetto dall'adeguamento alla qualità d'uso. Design for All Italia (si apre in una nuova scheda) indica tre dimensioni da considerare insieme: l'ambiente fisico, l'esperienza personale di chi lo vive, il processo e il contesto in cui lo spazio nasce ed è gestito.
Una piazza può essere conforme alla norma e restare poco frequentata, perché non offre ombra, sedute, ragioni per fermarsi.
La catena dell'accessibilità
Un edificio accessibile collocato su una strada che non lo è resta, nei fatti, irraggiungibile. L'accessibilità urbana si misura sulla continuità del percorso: fermata del trasporto pubblico, attraversamento, marciapiede, ingresso, servizi. Basta un anello mancante per interrompere l'intera catena.
Alla continuità si aggiungono i servizi minimi che rendono possibile la permanenza: sedute a intervalli regolari, ombra, acqua, servizi igienici, illuminazione. Sono questi elementi a determinare quanto a lungo e quanto lontano una persona può muoversi a piedi in autonomia.
È anche una questione di paradigma. Per decenni la strada è stata dimensionata sulla fluidità del traffico veicolare, mentre la mobilità pedonale si adattava agli spazi residui. Uno spazio pubblico accessibile restituisce priorità alle persone rispetto ai veicoli, con effetti documentati su salute, relazioni sociali e senso di appartenenza.

Orientarsi è già accessibilità
Il wayfinding è la parte dell'accessibilità che riguarda la comprensione dello spazio. Un buon sistema di orientamento risponde alle domande prima che vengano poste: dove mi trovo, quanto manca, dove sono l'uscita e i servizi.
I principi sono pochi e rigorosi: una denominazione logica dei luoghi, informazioni gerarchiche e mostrate solo dove servono, un percorso scomposto in tappe, riferimenti spaziali riconoscibili. E più canali sensoriali insieme: segnaletica ad alto contrasto, simboli, informazioni sonore, mappe tattili digitali che uniscono il tatto alla descrizione audio. Strumenti utili solo se verificati con chi li userà: una mappa tattile mai provata dagli utenti resta, nei fatti, illeggibile. È l'approccio che abbiamo seguito nel percorso per l'accessibilità dei Musei Civici di Bologna, sviluppato con Design for All Italia.
Città intelligenti, non escludenti
La smart city promette servizi più efficienti, informazioni in tempo reale, percorsi personalizzati. Ma un servizio che passa soltanto da un'applicazione esclude chi non la usa: molte persone anziane, chi ha una disabilità cognitiva, chi non dispone di strumenti adeguati.

La regola progettuale è semplice: l'accessibilità deve essere il punto di partenza, non un'aggiunta. Ogni servizio digitale urbano dovrebbe avere un equivalente fisico o umano, e ogni interfaccia dovrebbe rispettare gli stessi criteri di leggibilità richiesti allo spazio.

Progettare con chi userà lo spazio
Nessuno conosce un percorso meglio di chi lo affronta ogni giorno. Per questo il Design for All è un processo prima che un insieme di soluzioni: coinvolge utenti, tecnici e amministrazioni fin dall'analisi, verifica le scelte sul campo e le corregge prima che diventino opere.
È lo stesso principio che le più recenti linee guida regionali per i PEBA (si apre in una nuova scheda), come quelle approvate dalla Lombardia nel 2021, chiedono ai Comuni: non soltanto un censimento delle barriere, ma un piano costruito insieme alle persone che vivono la città.
In sintesi
Cosa significa per chi amministra, investe e trasforma la città
Considerare l'accessibilità come qualità urbana significa trattare il PEBA come uno strumento di programmazione e non come un adempimento: un piano che stabilisce priorità, costi e tempi e orienta gli investimenti sullo spazio pubblico.
Integrare l'accessibilità fin dalle prime fasi costa sensibilmente meno che adeguare a posteriori, e ogni intervento di rigenerazione urbana è l'occasione per ricostruire la catena dei percorsi nella sua continuità.
Una città accessibile non è una città speciale. È una città che funziona meglio per tutti.
Il ROI dell'accessibilità (si apre in una nuova scheda)Visita forall.rodighiero.design (si apre in una nuova scheda)
